Estradizione Venezuela Italia, avvocato penale

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Il Trattato di estradizione italo-venezuelano: Nel 1922, Italia e Venezuela mettono in atto negoziati, che si protraggono per diversi anni, connessi alla fine di un accordo d estradizione. Circa due anni dopo, nel luglio 1924, il Governo venezuelano inviava al Ministro d Italia a Caracas, Viganotti Giusti, un trattato nel quale evidenziava il suo ruolo in base ai punti conflittuali del progetto di trattato. L 11 maggio 1925, il Ministero degli Esteri trasmetteva a Viganotti Giusti un memorandum del Ministro della Giustizia e degli Affari di Culto, Rocco, affinché le indicazioni in essa contenute fossero sottoposte al Governo di Caracas.

La relazione si basava, principalmente, su diversi articoli del progetto la cui indicazione continuava ad essere contraddittoria. Veniva evidenziato, in primis, l art. 2, per cui: «L estradizione verrà ammessa per gli artefici e per i complici di reati comuni per i quali la legislazione dello Stato richiedente stabilisca una pena restrittiva della libertà individuale non inferiore ad un anno».

(Rapporto di Rocco sul progetto di trattato di estradizione tra l Italia e il Venezuela, s.d., all. a Umiltà a Viganotti Giusti, Roma, 11 maggio 1925, ASE, P 1919-30, 1773). L Italia altresì voleva aggiungere un secondo comma, per cui «di fronte a determinate condizioni», l estradizione potesse essere ammessa pure per reati non evidenziati dal primo comma, nel caso in cui la legge interna degli Stati contraenti lo permettesse.

Il Governo venezuelano sosteneva che siffatta prescrizione avrebbe circoscritto la limitazione all estradizione evidenziato dall art. 2 in merito alla pena prescritta o realmente attuata, e che nulla imponeva alle Parti contraenti di ammettere l estradizione, in singoli circostanze, con principi di maggior larghezza rispetto a quanto previsto dall art. 2. In merito, Rocco sosteneva: «Ai rilievi evidenziati dalla Cancelleria del Venezuela può sostenersi: in ambito giuridico, che l indicazione proposta, anziché rendere superficiale la normativa della prima sezione dell articolo 2, serve per integrarla, completando il modello punitivo, nei riguardi di chi vuole scappare alla legislazione del Suo paese trovando ricovero all estero; e siffatta integrazione è data dal fatto che, mentre per i reati più gravi previsti nella prima sezione dell art. 2

lo Stato richiesto si propone, se concorrono altre condizioni stabilite nel Trattato, di ammettere l estradizione, pei reati meno gravi, per i quali particolari ragioni repressive sono imposte per lo Stato richiedente, lo Stato richiesto può sempre non acconsentire alla consegna del reo.

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Nella prima circostanza la trasgressione dell obbligo potrebbe essere denunciata al Tribunale dell Aja, con la relativa sanzione di carattere morale propria delle indicazioni di tale Suprema magistratura internazionale; non uguale nella seconda circostanza, di cui resta giudice per forza di cose lo Stato richiesto.

Né nessun rischio di eccessiva richiesta di estradizioni potrebbe esserci, se si pensi che, per analoghe tipologie minori di delinquenza, lo Stato richiedente dovrà sempre giustificare la richiesta, evidenziando le condizioni specifiche - obiettive (come frequenza di siffatti reati nel Regno ecc.) o subbiettive (come recidiva ecc.) - che lo costringono a farla; e che tali condizioni dovrà, con giudizio incontrovertibile, considerare lo Stato richiesto.

Si evidenzi inoltre che il suddetto criterio è l attribuzione formale di ciò che, da diverso tempo, si va mettendo in atto in merito alla reciprocità tra gli Stati legati da Trattati per la estradizione; e che, sicuramente una grande evoluzione, nel settore del Diritto internazionale, costituisce la codificazione di una normativa, che, pur sostenendo circostanze di leggi derivanti da bisogni comuni, lascia in maniera limitata nello Stato richiesto il potere di ammettere o non l estradizione».

L art. 3 del progetto ineriva la circostanza di reato compiuto fuori dal territorio degli Stati contraenti da soggetto che in seguito trovasse rifugio sul territorio di uno di essi, concedendo la richiesta di estradizione a patto che le leggi dello Stato richiedente ordinassero di perseguire il reato compiuto all estero.

Rocco sosteneva: «Sembrerebbe, in un primo momento, inutile la suddetta prescrizione; in merito al fatto che non dovrebbe ritenersi che uno Stato chieda l estradizione di un soggetto, contro il quale, per la propria legge, non possa procedere.

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Ma quando si considera, che la procedura sulla legittimità della richiesta di estradizione, che si mette in atto tramite gli organi dello Stato richiesto, ha la doppia finalità di garanzia per la sovranità dello Stato che deve ammettere l estradizione, e di difesa giuridica per l estradando, si capisce lo scopo etico che pone come consiglio la normativa in questione.

E poi da evidenziare, che, nell ammettere l estradizione, deve tenersi conto delle leggi del "Paese richiedente", e non di quelle del "Paese richiesto"; perché il cittadino, di cui si chiede l estradizione, rientra nell ambito della sovranità dello Stato offeso dal suo atto criminale, che, a al di sopra di ogni altro, ha il diritto di ricomporre, con la sanzione penale, l ordinamento sociale sconvolto dal reato non perseguito.

Come è notorio, la circostanza in questione evidenzia, a livello storico, una procedura ulteriore della estradizione; che, circoscritta, all inizio, alla proposta del reo rifugiatosi all estero, fatta dallo Stato nel cui paese fu compiuto il reato, venne man mano estendendosi, fino a legittimare la punibilità, da parte dello Stato di rifugio, di uno soggetto straniero, per reati compiuti all estero, tenendo conto dell unica circostanze che il reo fosse presente "nel territorio del Regno" (art. 4 Codice Penale)».

L art. 12 del progetto, poi, regolamentava la circostanza in cui la richiesta di estradizione di un medesimo soggetto fosse attuata da differenti Stati, tra i quali quello nazionale dell estradando, e sanciva che in siffatta ipotesi l estradizione fosse data a vantaggio di quest ultimo.

L Italia era favorevole al subordinamento del trattamento favorevole dello Stato nazionale dell estradando alla circostanza che la sua legge interna garantisse, ad estradizione avvenuta, la perseguibilità del reo.

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In ambito venezuelano si riteneva mentre superficiale siffatta indicazione. Nel rapporto, Rocco così sosteneva: «Questo Ministero sostiene di dover soffermarsi sull accettazione della suddetta richiesta; ed in verità finalità fondamentale della estradizione è quello di perseguire il reo ovunque si fosse nascosto; per cui tutti i Paesi cooperano insieme per abbattere questo crimine comune, dando vita ad intese che gli consentano di non lasciare senza punizione qualsiasi trasgressione di legge.

Adesso se la relazione di sudditanza deve correttamente essere prevalente, nel concorso di altri Stati lesi dal crimine dell estradando, è ovvio richiedere che lo Stato preferito debba avere una legge punitiva che possa rendere lecite riparazioni inerenti gli Stati pretermessi.

L indicazione invece della Cancelleria Venezuelana, che cioè non potrebbe chiedersi né ammettersi l estradizione, se il fatto non rappresenti reato per lo Stato richiedente, non sembra incisiva; in quanto l art. 11 stabilisce la circostanza di richiesta di estradizione di uno Stato per un fatto che rappresenta reato secondo la propria legge penale, e che inerisce un soggetto invocato al contempo da più Stati, tra i quali quello di cui l estradando è cittadino; e non sicuramente si ritiene che in siffatta circostanza l estradizione potrebbe concedersi, pure se il fatto non rappresentasse reato, per la legge dello Stato del quale l estradando è suddito; ne deriva che se costui viene dato allo Stato della propria nazionalità, ciò non deve poter sottrarre il reo alla sanzione della legislazione del Paese straniero offeso, qualora dovesse restare impunito, per la legislazione penale del Paese di cui fa parte».

Inoltre, Rocco analizzava l art. 15 del progetto, per il quale, secondo le indicazioni del Venezuela, le Parti potevano non ammettere l estradizione per reati perseguibili, rispetto alle legislazioni dello Stato richiedente, con l ergastolo o con la condanna a morte.

In merito, egli sosteneva: «Questo Ministero, facendo riferimento alle antecedenti indicazioni, deve insistere sul bisogno fondamentale che nella estradizione vengano inclusi i reati perseguiti con l ergastolo.

E in verità la summenzionata prescrizione eliminerebbe dalla estradizione i reati più gravi per i quali soprattutto si dimostra l utilità dell Istituto, che coalizza tutti gli Stati nel combattere insieme il crimine; né si può accettare la richiesta, di rimandare la decisione, per tali reati, al Potere esecutivo dei Paesi contraenti, il quale potrebbe ammettere l estradizione tenendo conto anche che l ergastolo non verrebbe mai attuato.

Le leggi del nostro Stato non permettono una qualunque interposizione di uno Stato nella Amministrazione della Giustizia di altro Stato (il che si presenterebbe a nostro danno perché il Venezuela non potrebbe richiedere a noi l estradizione per reati perseguibili con l ergastolo); e per la nostra Costituzione, basata sulla divisione dei tre poteri dello Stato (legislativo-esecutivo-giudiziario), non può in nessuna maniera l esecutivo limitare o rendere vincolante la libera questione sulla considerazione dei fatti, per gli scopi penali, devoluto, per la costituzione, soltanto al giudiziario.

Questi criteri sono stati pienamente riconosciuti nelle Convenzioni concluse dall Italia con quasi tutti i Paesi Civili del Mondo, e di recente nelle Convenzioni di Roma; e non v è ragione di deroga nei riguardi dello Stato del Venezuela».

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